Pubblicato da: valeriobarrale | 17 dicembre 2010

Polo della Nazione? Un fallimento politico annunciato!

(Prima breve riflessione…)

Ricordo perfettamente quel 17 dicembre 2009 di un anno fa quando ero coordinatore regionale dei giovani UDC Sicilia e con il gruppo Siciliano abbiamo risposto massicciamente alla chiamata dell’UDC per l’Assemblea Nazionale delle Regioni a Roma.

Partecipazione, Politica, Sacrificio, Impegno, Idee e Amicizia sono stati gli ingredienti di quell’ennesima esperienza politica e con quello spirito abbiamo contribuito al dibattito con degli interventi che andavano ben oltre la mera giaculatoria e genuflessione nei confronti del leader di turno.

In quell’occasione sono intervenuti diversi ragazzi siciliani, tutti molto applauditi, e alla fine, il caso ha voluto che proprio all’arrivo dell’on. Pierferdinando Casini intervenissi io. Rivolgendomi proprio all’on. Casini sollevai forti dubbi sulla possibilità di tracciare un percorso politico-partitico con il sen. Francesco Rutelli in considerazione delle profonde differenze culturali delle nostre estrazioni politiche, delle diverse posizioni su temi a noi molto cari come quelli eticamente sensibili, e non in ultimo per la divergente collocazione all’interno dello scenario politico Europeo. Noi, ineluttabilmente e convintamente all’interno del Partito Popolare Europeo (PPE), il sen. Rutelli e la neonata Alleanza per l’Italia (API) dentro il Partito Democratico Europeo (PDE) di cui proprio Rutelli è il cofondatore assieme al francese François Bayrou.

Alla fine del mio intervento, prese la parola l’on. Casini, ma da allora nessuna risposta è ancora arrivata alla mia domanda…

Alcuni degli amici che leggono questa nota parteciparono a quell’assemblea e ricordano certamente la delusione verso la disattenzione nei confronti delle nostre perplessità. Questa breve memoria è emblematica del fatto che i dubbi sul percorso terzopolista assieme a chicchessia li nutrivamo già da tempo, palesandoli in tutte quelle rare occasioni di dibattito politico in cui ci veniva dato spazio.

Noi avevamo un grande sogno e lo coltivavamo da anni, il sogno di costruire un grande partito che stesse in mezzo ai due grandi poli. Intravedevamo al loro interno contraddizioni enormi. Sia il Partito Democratico che il Popolo della Libertà sono nati da fusioni a freddo che non hanno permesso la realizzazione del progetto che animava i loro principali artefici, Romano Prodi per il PD e Silvio Berlusconi per il PDL. Noi, già allora, sostenevamo che fondere culture politiche troppo diverse all’interno di un partito avrebbe portato, prima o poi, all’implosione degli stessi causando inevitabilmente una crisi dell’architettura politica che l’avrebbe destrutturata gradualmente.

Noi sognavamo la riaggregazione al centro dei moderati e dei democraticocristiani Italiani. Guardavamo a politici come Beppe Fioroni ed Enrico Letta nel centrosinistra, Beppe Pisanu e Giuseppe Formigoni nel centrodestra. Volevamo ricongiungerci con quel mondo, dentro la politica e nella società civile, che aveva una visione della società molto simile alla nostra e che nelle Istituzioni aveva posizioni politiche aderenti, dalla famiglia ai temi eticamente sensibili, dal mondo dell’istruzione all’immigrazione, dalla concezione dell’Europa (con il pensiero dei suoi fondatori De Gasperi, Adenauer e Schumann come matrice unica) alla visione della politica estera, ecc..

Adesso, i protagonisti della svolta terzopolista e dello snaturamento dell’originario progetto politico sono Enrico Boselli (socialista) e Francesco Rutelli (???) provenienti dal centrosinistra e Benedetto Della Vedova (già Radicale, ora Riformatore Liberale) e Italo Bocchino (ex MSI-AN-PDL in salsa Dipietrista) dal centrodestra.

Il progetto politico iniziale non esiste più e le prossime settimane vedranno il disgregarsi del terzo polo appena in fasce che ha nella matrice antiberlusconiana l’unica vera ragione d’esistere.

VALERIO BARRALE

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Pubblicato da: valeriobarrale | 1 dicembre 2010

Giornata mondiale contro l’AIDS

La Giornata mondiale contro l’AIDS, indetta ogni anno il 1º dicembre, è dedicata ad accrescere la coscienza della epidemia mondiale di AIDS dovuta alla diffusione del virus HIV. La ricorrenza è stata scelta in quanto il primo caso di AIDS è stato diagnosticato il 1º dicembre 1981. Da allora l’AIDS ha ucciso oltre 25 milioni di persone, diventando una delle epidemie più distruttive che la storia ricordi. Per quanto in tempi recenti l’accesso alle terapie e ai farmaci antiretrovirali sia migliorato in molte regioni del mondo, l’epidemia di AIDS ha mietuto circa 3,1 milioni di vittime nel corso del 2005 (le stime si situano tra 2,9 e 3,3 milioni), oltre la metà delle quali (570.000) erano bambini. L’idea di una Giornata mondiale contro l’AIDS ha avuto origine al Summit mondiale dei ministri della sanità sui programmi per la prevenzione dell’AIDS del 1988 ed è stata in seguito adottata da governi, organizzazioni internazionali ed associazioni di tutto il mondo. Dal 1987 al 2004 la Giornata mondiale contro l’AIDS è stata organizzata dall’UNAIDS, ovvero dall’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa della lotta all’AIDS, la quale, in collaborazione con altre organizzazioni coinvolte, ha scelto di volta in volta un “tema” per la Giornata. Dal 2005 l’UNAIDS ha demandato la responsabilità dell’organizzazione e gestione della Giornata Mondiale alla WAC (The World AIDS Campaign), un’organizzazione indipendente, che ha scelto come tema per l’anno – e fino al 2010 – Stop AIDS: Keep the Promise (ovvero “Fermare l’AIDS: manteniamo la promessa”) tema che non è strettamente legato alla Giornata Mondiale ma che rispecchia l’impegno quotidiano della WAC.

Pubblicato da: valeriobarrale | 29 novembre 2010

Lettera di Antonio Socci a Roberto Saviano…

Caro Roberto,

vieni via con me e lascia i tristi a friggere nel loro odio. Questo è un invito pieno di stima: vieni a trovare mia figlia Caterina.

 Ti accoglierò a braccia spalancate e se magari ne tirerai fuori l’idea per un articolo, potrai devolvere un po’ di diritti alle migliaia di bambini lebbrosi che sto aiutando tramite i miei amici missionari i quali li curano nel loro lebbrosario (in un Paese del terzo mondo).

Vieni senza telecamere, ma con il cuore e con la testa con cui hai scritto “Gomorra”, lasciandoti alle spalle i fetori dell’odiologia comunista (a cui tu non appartieni) che si respira in certi programmi tv.

Mi scrivesti – ti ricordi ? – quando io ti difesi su queste colonne per il tuo bel libro.

Ora io, debole, scrivo a te forte e potente, io padre inerme in lotta con l’orrore (e in fuga dalla tv) scrivo a te, star televisiva osannata, io cristiano controcorrente da sempre, scrivo a te che stimo: vieni a guardare negli occhi mia figlia venticinquenne che sta coraggiosamente lottando contro un Nemico forse più tremendo di quei quattro squallidi buzzurri che sono i camorristi.

Lei non si arrende all’orrore, come non ci si arrende alla camorra. Vieni a vedere il suo eroismo e quello di tanti altri come lei, che – come dice Mario Melazzini, rappresentante di molti malati di Sla – sono silenziati dal regime mediatico del ‘politically correct’ nel quale tu, purtroppo, hai accettato di diventare una stella.

Vieni. Vedrai gli occhi di Caterina, ben diversi da quelli arroganti e pieni di disprezzo delle mezzecalzette o dei tromboni che civettano nei salotti intellettuali e giornalistici.

Magari potrai vedere addirittura la felicità dentro le lacrime e forse eviterai di straparlare sull’eutanasia, sulla malattia o sul fine vita (come hai fatto lunedì scorso) imponendo il tuo pensiero unico, perché i malati, i disabili che implorano di essere aiutati e sostenuti, nel salotto radical-chic tuo e di Michele Serra, non hanno avuto diritto di parola.

Come non ce l’hanno – in questa dittatura del pensiero unico – i bambini non nati o i cristiani macellati da ogni parte e disprezzati o condannati a morte per la loro fede: è il caso della giovane Asia Bibi.

Vedi, a me non frega niente della tua diatriba col ministro Maroni: siete due potenti e avete gli strumenti a vostra disposizione per battervi. Non c’è bisogno di galoppini che osannino l’uno o l’altro.

A me importa dei deboli, dei malati, dei piccoli, dei poveri che sono ignorati, silenziati e umiliati in televisione. A cominciare dal programma di Michele Serra dove recitate tu e Fazio. Dove si taglia a fette il disprezzo per la Chiesa.

Per la Chiesa che tu sai bene – caro Roberto – ha lottato contro la camorra e la mafia ben prima di te e con uomini inermi e poveri che ci hanno pure rimesso la pelle.

La Chiesa che conosce i sofferenti e i miseri, li ama e quasi da sola soccorre tutti i disperati della terra, un po’ più di Michele Serra di cui ho sentito parlare solo nei salotti giornalistici, non in lebbrosari del Terzo Mondo o nei bassifondi di Calcutta (di Fabio Fazio neanche merita occuparsi).

E’ un peccato che tu metta il tuo volto a far da simbolo di un establishment intellettuale che non ha mai letto il tuo e mio Salamov e non ha mai combattuto l’orrore rosso che lui denunciò e contro cui morì.

Quello sì che sarebbe anticonformismo: andare in tv a raccontare Kolyma che è con Auschwitz l’abisso del XX secolo, ma che – a differenza di Auschwitz – non è mai stata denunciata nella nostra cultura e nella nostra televisione!

Abbiamo visto nel tuo programma lo spettro del (post) comunismo che legittimava lo spettro del (post) fascismo. Dandoci a bere che loro hanno “i valori”. Anzi: solo loro. Visto che solo loro sono stati ritenuti degni di proclamarli.

Il rottame dell’odiologia del Novecento che ha afflitto l’umanità e in particolare l’Italia è davvero quello che oggi ha i titoli per sdottoreggiare di valori?

Mi par di sentire mio padre minatore cattolico – che lottò in vita contro il comunismo e contro il fascismo – che, quando era ancora fra noi, si ribellava davanti a questa tv e gridava: “Andate al diavolo!”.

Quelli come lui – che hanno garantito a tutti noi la libertà e il benessere di cui godiamo – non ce li chiamate a proclamare i loro valori.

Perché sono state le persone comuni come lui a capire la grandezza di un De Gasperi e ad aiutarlo, ricostruendo l’Italia. Invece gli intellettuali italiani del Novecento sono andati dietro ai pifferi di Mussolini e di Togliatti (e di Stalin).

E dopo questo tragico abbaglio l’establishment intellettuale di oggi ancora pretende di indicare la via, gigioneggiando su tv e giornali.

Pretendono di fare la rivoluzione (etica naturalmente) con tanto di contratto o fattura (sacrosanta retribuzione per la prestazione professionale, si capisce).

Sono il regime e pretendono di spacciarsi per l’eresia, incarnano la pesantezza del conformismo e si atteggiano a dissidenti, sbandierano le regole per gli altri e se ne infischiano di quelle che dovrebbero osservare loro, predicano la tolleranza e non tollerano alcune diversità culturale e umana.

Come se non bastasse proclamano l’antiberlusconismo etico e antropologico e con l’altra mano (molti di loro) firmano contratti con le aziende di Berlusconi come Mondadori, Mediaset o Endemol (di o partecipate da Berlusconi).

Pensa un po’ Roberto, io pubblico con la Rizzoli e lavoro per la Rai. Ti assicuro che si può vivere dignitosamente anche senza lavorare con aziende che fanno capo al gruppo Berlusconi, visto che (a parole) viene così schifato da questa intellighentsia.

Caro Roberto, l’altra sera mia figlia Caterina stava ascoltando un cd con canti polifonici che lei conosce bene (perché li cantava anche lei). Era molto concentrata ad ascoltare una laude cinquecentesca a quattro voci che s’intitola: “Cristo al morir tendea”.

In essa Maria parla di Gesù ai suoi amici, agli apostoli. E quando le sue struggenti parole – cantate meravigliosamente – hanno sussurrato “svenerassi per voi” (si svenerà per voi), Caterina – che non può parlare – è scoppiata a piangere. Questa commozione per Gesù – che nei salotti che oggi frequenti è disprezzato come nei salotti di duemila anni fa – ha cambiato il mondo e salva l’umanità.

E’ la stessa commozione di Asia Bibi, la giovane madre condannata a morte perché – a chi voleva convertirla all’Islam – ha risposto: “Gesù è morto per me, per salvarmi. Maometto cos’ha fatto per voi?”.

Ecco, caro Roberto, questa commozione per un Dio che ama così è il cristianesimo.

E tu hai conosciuto uomini che per l’amicizia di Gesù, per amare gli esseri umani come lui, hanno scommesso la vita, hanno dato se stessi. Quando si sono visti quei volti come si può sopportare di vivere in un mondo di maschere e di recitare nei loro teatrini?

Ti abbraccio, Antonio Socci

Pubblicato da: valeriobarrale | 28 novembre 2010

Verso il Partito Popolare Europeo in Italia. Ha inizio il nuovo sogno!

Dopo mesi di “astinenza” dalla scrittura mi sono riconvinto della necessità di mettere su “carta” i miei pensieri ed estendere agli amici del web le mie riflessioni, in particolar modo quelle politiche.

Sono stati mesi di profonde trasformazioni  che hanno attraversato il percorso politico della maggior parte di noi. La scissione dall’UDC della sua componente maggioritaria in Sicilia che fa riferimento agli onorevoli Saverio Romano e Calogero Mannino e la costituzione del nuovo movimento centrista dei Popolari di Italia Domani (PID); l’implosione del PDL con la scissione della componente che fa riferimento al Presidente della Camera Gianfranco Fini e che ha dato luogo alla nascita del nuovo partito Futuro e Libertà per l’Italia (FLI); la crisi profonda del Partito Democratico che ha portato sempre più alla ribalta nazionale il Presidente della regione Puglia Nichi Vendola, con l’ambizione non troppo nascosta di diventare il nuovo leader del centrosinistra Italiano.

Queste tre chiavi di lettura ci permettono di comprendere quanto l’intera politica Italiana sia in estremo fermento, una sorta di terremoto al contrario in cui le “scosse d’assestamento” non  sono la fase successiva al terremoto stesso ma bensì la fase preparatoria. Un crescendo di fratture e riposizionamenti politici che stanno modificando sensibilmente la geografia politica Italiana in attesa che l’amato e odiato Presidente del Consiglio decida di abdicare dall’attività politica.

In questo preciso contesto storico-politico s’inserisce l’iniziativa lanciata sabato 27 novembre a Milano alla Convention di Rete Italia di Roberto Formigoni che si pone l’ambizioso obiettivo di costruire la “sezione Italiana del Partito Popolare Europeo”.   Il senso della convention è tutto racchiuso nell’appello finale del Presidente Formigoni: “Oggi è il momento che chi fa politica, credendo nei valori dell’uomo e della sussidiarietà, deve sentire l’urgenza di mettersi insieme. Una casa comune idealmente c’è già e arriva dall’Europa: è il Partito Popolare Europeo. Vogliamo lanciare oggi con il ministro Alfano, il ministro FittoSaverio Romano l’idea di una prospettiva unitaria in Italia legata al Partito popolare europeo

Rinnovamento del centro-destra Italiano e costruzione del PPE in Italia sono i due grandi obbiettivi che questo percorso politico-culturale deve porsi ed è all’interno di questa prospettiva politica che noi giovani dei Popolari di Italia Domani vogliamo portare il nostro contributo fatto di passione militante e di proposte politiche. Vogliamo continuare ad “immergerci” nella nobile tradizione del Popolarismo Europeo che pone l’uomo al centro della società e fa della famiglia, della  libertà e del lavoro i pilastri portanti del proprio modo di vedere la società. E’ arrivato il momento, adesso più che mai, di dare tutti assieme concretezza all’appello che costantemente il Pontefice rivolge alle nuove generazioni, in particolare a quello lanciato alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani poco più di un mese fa, in cui auspicava “che la ricerca del bene comune costituisca sempre il riferimento sicuro per l’impegno dei cattolici nell’azione sociale e politica“.

La sfida più importante per i cattolici in politica è iniziata, adesso tocca a noi trasformare il sogno Popolare in realtà!

Valerio Barrale


Oggi è tornata ad essere attuale, dopo un lungo periodo di silenzio, la necessità di una modifica del sistema elettorale, che consenta ai cittadini di poter esprimere la loro preferenza, senza dover quindi sottostare alle voglie politiche di un leader o di un’altro.
Questo è uno dei punti chiave sul quale si basa la democrazia, ed è uno dei punti per il quale io dico che in fondo in Italia siamo in una finta democrazia.
Oggi succede che il Berlusconi di turno decida di inserire in lista, per essere eletto, tizio piuttosto che caio, l’avvocato amico, piuttosto che la velina, e succede anche che inconsapevolmente, o per lo meno con una consapevolezza velata, l’elettore si ritrovi a mettere una preferenza sul simbolo del PDL, perchè crede in quei valori, ma alla fine venga rappresentato da gente che nulla hanno a che fare con i riferimenti ideali a cui si ispira il partito stesso.
A tutto questo è necessario mettere rimedio, perchè alla fine ciò che conta è il volere dell’elettore, e il volere si manifesta solo con la preferenza.
Oltretutto democrazia vuol dire non essere amico di quello o di quell’altro e quindi essere messo in un posto sicuro alla Camera o al Senato, ma competere lealmente, ognuno secondo le proprie convinsioni, a suon di preferenze, in una meritocrazia che premia prima d’ogni cosa la capacità numerica di raccogliere consenso.

A tal proposito è bene ricordare una proposta di legge presentata qualche tempo fa dall’On.Saverio Romano e che mira proprio alla reintroduzione di questa garanzia di meritocrazia e democrazia:LA PREFERENZA
Di seguito ne trovate il testo, che spero molti di voi condividano:

PROPOSTA DI LEGGE d’iniziativa del deputato ROMANO

Modifiche al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, e al testo unico di cui al decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, in materia di introduzione del voto di preferenza per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica

Presentata il 20 maggio 2008

Onorevoli Colleghi! – L’applicazione della legge per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (legge 21 dicembre 2005, n. 270) alle ultime tornate elettorali ha sollevato alcuni dubbi relativamente al pieno esercizio del diritto di voto da parte dei cittadini. L’introduzione di liste di candidati bloccate, infatti, ha ristretto l’ambito decisionale riservato al cittadino, che si è trovato nell’impossibilità materiale di scegliere liberamente il candidato. Il ritorno al sistema proporzionale aveva tra i suoi obiettivi quello di restituire, appunto, ai cittadini il potere di scegliere, oltre al proprio partito di riferimento, anche il proprio rappresentante al Parlamento, facoltà che era stata negata dal meccanismo del collegio uninominale, in cui si sceglieva tra singoli candidati rappresentativi dei rispettivi schieramenti ma imposti da accordi che vedevano spesso «catapultati» nei collegi candidati che non avevano alcun collegamento con il territorio.
Veniva pertanto a mancare quel rapporto di fiducia e di appartenenza che il sistema proporzionale ha restituito in parte, senza però un processo di selezione della classe dirigente che parta dal basso e non sia imposto dalle segreterie dei partiti politici.
Scopo della presente proposta di legge è, dunque, quello di riconsegnare al cittadino la possibilità di decidere a quale dei candidati dello stesso partito attribuire la propria preferenza. Una proposta che ci sembra rispettosa del principio democratico e costituzionalmente garantito del voto libero e che ridona al cittadino quella sovranità popolare che caratterizza ogni moderna democrazia partecipata.

PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.

1. Al testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 2 dell’articolo 4 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Oltre al voto di lista l’elettore può esprimere tre preferenze scrivendo il cognome dei candidati»;

b) al comma 2 dell’articolo 31, dopo le parole: «con il diametro di centimetri tre» sono aggiunte le seguenti: «, con a fianco uno spazio per l’indicazione delle preferenze da parte dell’elettore»;

c) l’articolo 77 è sostituito dal seguente:

«Art. 77. – 1. L’Ufficio centrale circoscrizionale, compiute le operazioni di cui all’articolo 76, facendosi assistere, ove lo ritenga opportuno, da uno o più esperti scelti dal presidente:

1) determina la cifra elettorale circoscrizionale di ogni lista. Tale cifra è data dalla somma dei voti conseguiti dalla lista stessa nelle singole sezioni elettorali della circoscrizione; determina quindi la cifra individuale di ogni candidato sommando il numero dei voti di preferenza riportati da ciascuno nelle singole sezioni elettorali della circoscrizione;

2) comunica all’Ufficio centrale nazionale, a mezzo di estratto del verbale, la cifra elettorale circoscrizionale di ciascuna lista e, ai fini di cui all’articolo 83, comma 1, numero 3), il totale dei voti validi della circoscrizione, nonché la graduatoria dei candidati di ciascuna lista, a seconda delle rispettive cifre individuali. A parità di cifre individuali, prevale l’ordine di presentazione nella lista»;

d) al comma 1 dell’articolo 84, le parole: «secondo l’ordine di presentazione» sono sostituite dalle seguenti: «secondo la graduatoria delle rispettive cifre individuali».

Art. 2.

1. Al testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica, di cui al decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 3 dell’articolo 11, dopo le parole: «con il diametro di centimetri tre» sono aggiunte le seguenti: «, con a fianco uno spazio per l’indicazione delle preferenze da parte dell’elettore»;

b) al comma 1 dell’articolo 14 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Oltre al voto di lista l’elettore può esprimere tre preferenze scrivendo il cognome dei candidati»;

c) dopo la lettera a) del comma 1 dell’articolo 16 è inserita la seguente:

«a-bis) determina quindi la cifra individuale di ogni candidato sommando il numero dei voti di preferenza riportati da ciascuno nelle singole sezioni elettorali della circoscrizione»;

d) al comma 7 dell’articolo 17, le parole: «secondo l’ordine di presentazione» sono sostituite dalle seguenti: «secondo la graduatoria delle rispettive cifre individuali».

I Giovani UDC Sicilia non ci stanno ad accettare la dilagante diffusione di polemiche che sta accompagnando l’ormai imminente visita pastorale del Papa a Palermo del 3 Ottobre e, in una nota ufficiale, assumono una chiara e precisa presa di posizione di condanna verso i comportamenti di quanti, identificabili in una ben nota e precisa area culturale, disconoscono finanche l’evidente valore istituzionale della visita ed il significato simbolico e concreto della presenza del Santo Padre in Sicilia.

Gli alti e pur necessari costi per sostenere tutta la complessa organizzazione dell’evento sembrano un pretesto solo per manifestare in realtà ancora una volta una radicata e virulenta forma di palese intolleranza nei confronti della comunità cattolica che attende con gradimento e gioia la visita del Pontefice attribuendo ad essa non soltanto la portata di un profondo significato propriamente religioso ma di sommo ed universale rispetto derivante dall’autorevolezza della personalità di Papa Benedetto XVI.

“Prendiamo dolorosamente atto – afferma il Coordinatore Regionale Giovani UDC Sicilia Valerio Barrale – di un dilagante clima di intolleranza rabbiosa e pericolosa che si diffonde anche in Sicilia, i cui toni apertamente aspri ed esagitati hanno determinato la diffusione di polemiche e speculazioni concentratesi addirittura nella creazione di un gruppo su facebook in cui gli utenti sfogano tutti i propri impulsi abbandonandosi a volgari ed offensive accuse verso la figura del Sommo Pontefice e della Chiesa in generale.

 Questa continua ed ostentata mortificazione della dignità del popolo cristiano che si riconosce nella figura del Santo Padre ci preoccupa vivamente e secondo noi deve essere respinta immediatamente. Chi pensa di imporre il proprio fazioso punto di vista, di certo non condiviso dalla maggioranza dell’opinione pubblica siciliana ed italiana, attraverso il segno brutale di una deriva laicista finalizzata a censurare preventivamente, fin quasi a soffocare, il comune sentimento cattolico profondamente radicato nel nostro tessuto sociale, la stessa che – vale la pena ricordare – già si manifestò quando purtroppo costrinse violentemente all’annullamento della programmata visita del Papa all’Università “La Sapienza”, non può infangare in alcun modo l’antica e nobile tradizione di civiltà e tolleranza universalmente riconosciuta alla nostra amata Città.

 Evidentemente questi sparuti ma veementi contestatari – precisa Barrale – che sarebbe comunque opportuno non sottovalutare per la sicurezza del corteo papale allarmati come siamo dalle loro parole, si credono portatori di dogmi rivelati da cui prendiamo le distanze continuando a professare intimamente i dogmi della nostra religione.

 In ogni caso i Giovani Udc di Palermo e di tutta la Sicilia, accanto alla Chiesa siciliana, sono estremamente fieri e felici della visita del Santo Padre alla nostra terra e, salutandolo fin d’ora con devozione, lo accoglieremo con il consueto spirito di gioia e di entusiasmo che merita”.

Pubblicato da: valeriobarrale | 31 agosto 2010

“Siamo disgustati dal Gheddafi Show”

I Giovani UDC Sicilia prendono posizione contro le “pagliacciate” del dittatore libico Gheddafi manifestando profonda indignazione per comportamenti provocatori che violano fortemente la dignità del popolo cristiano. Non solo Gheddafi mostra una spavalda arroganza nel manifestare i suoi noti atteggiamenti disconoscendo il palese clima di ospitalità che il nostro Paese gli riserva ma in più sa benissimo di agire in mala fede nella misura in cui la sua stessa affermazione dichiarata in territori arabi avrebbe provocato reazioni ben più dure e rigorose.

“Prendiamo le distanze – afferma il Coordinatore Regionale Giovani UDC Sicilia – Valerio Barrale – da dichiarazioni prive di senso auspicando una chiara ed univoca presa di posizione da parte del Governo Nazionale che miri a sanzionare comportamenti inaccettabili perché irrispettose delle tradizioni culturali e religiose del nostro paese. In più auspichiamo dopo quest’anno non si ripeta mai più la farsa della visita annuale di Gheddafi in Italia per festeggiare l’anniversario dell’accordo Italia –Libia che ha beneficato il dittatore Libico con ingenti somme di danaro pubblico e mortificato ancor di più la memoria storica di tanti Italiani umiliati e offesi dallo stesso Gheddafi nella sua decennale storia di dittatore-terrorista.”

Pubblicato da: valeriobarrale | 29 agosto 2010

LIBERO GRASSI continua a vivere nei nostri cuori e nella nostra mente!

Il Coordinamento Regionale dei Giovani UDC Sicilia esprime indignazione e preoccupazione per le pesanti aggressioni verbali che il Pdl ha indirizzato ad un editoriale di Famiglia Cristiana firmato da Beppe del Colle secondo il quale “Berlusconi ha confermato chiaramente che nel cammino verso le elezioni non si farà incantare dai formalismi costituzionali evidenziando come in Italia comandi solo lui cercando di distruggere tutto ciò che in qualche modo costituisca un fastidioso intralcio al proprio cammino politico”.

“Siamo seriamente preoccupati – afferma il Coordinatore Regionale Giovani UDC Sicilia Valerio Barrale – sia perché la reazione del Pdl, attraverso illustre personalità espressione diretta del Cavaliere, conferma la reale esistenza del “metodo Boffo” in cui si sostanzia la principale regola del berlusconismo che prevede la distruzione di chi dissente, ma soprattutto perché conferma il chiaro tentativo dell’attuale governo di manipolare l’attività giornalistica della stampa attuando una sorta di preselezione tra materiale editoriale “gradito” da diffondere e materiale editoriale “non gradito” da censurare in quanto aprioristicamente fazioso e di parte”.

“Naturalmente – incalza Barrale – prendiamo le distanze da alcune pesanti dichiarazioni di deputati del Pdl che parlano di “critiche di pornografia politica riferendosi all’editoriale in esame ( Francesco Giro); “di violenza sconcertante” ( Mariastella Gelmini); “di giornale comunista”( Gianfranco Rotondi) dal momento che, da giovani politici, non ci riconosciamo nel lessico politico utilizzato auspicando che nel possibile scontro politico si realizzi un’ atteggiamento sempre e comunque moderato  e costruttivo che si basi sul rispetto della persona e sul buon senso”.

“Oltre a condividere nel merito l’editoriale – concludono i Giovani UDC Sicilia – soprattutto con specifico riferimento ai noti comportamenti del “Premier” di sfregio alle istituzioni democratiche ( Parlamento, Magistratura, Capo dello Stato, Consulta) invitiamo la maggioranza ad occuparsi concretamente dei problemi del paese piuttosto che improvvisarsi “crociati del signore feudale” esprimendo la nostra solidarietà alla redazione di Famiglia Cristiana”.

In riferimento alla notizia secondo cui alcuni individui hanno fermato la moglie di un ispettore della squadra Catturandi ed uno di questi tenendo in mano delle fotografie ha esordito dicendo. “Che bei mariti avete  che belle famiglie” – prendono posizione i Giovani UDC Sicilia.

 Il Coordinamento Regionale dei Giovani UDC Sicilia condanna senza mezzi termini il grave episodio verificatosi nei confronti degli agenti della Catturandi parlando di vergognose intimidazioni che confermano l’esistenza di fenomeni criminali nel tessuto sociale siciliano di fronte al quale piuttosto che fermarsi a meri ed inconsistenti proclami pubblici sarebbe senz’altro più utile rafforzare gli strumenti di contrasto esistenti a partire dall’insostituibile e fondamentale attività di prevenzione e  repressione svolta dalla squadra speciale dei Catturandi.

“Siamo vicini agli agenti della Catturandi – afferma il Coordinatore Regionale Giovani UDC Valerio Barrale – e esprimiamo il nostro pieno sostegno verso il loro lavoro essenziale per garantire il ripristino della legalità. Li incoraggiamo a non mollare ed andare avanti per continuare a svolgere attività investigative fondamentali per la nostra Sicilia considerandoli esempi di coraggio e di legalità per la nostra generazione. Invitiamo in questo senso le Istituzioni e tutti gli Organi competenti a potenziare le condizioni di protezione e di riservatezza soprattutto per garantire la tutela dei familiari degli agenti coinvolti allo scopo di evitare che possano essere spiati o peggio ancora correre pericolosi rischi per la propria vita”.

 VALERIO BARRALE

Coordinatore regionale Giovani UDC Sicilia     

Il DDL intercettazioni, al centro del dibattito politico ormai da diversi mesi, si sta delineando come un provvedimento lesivo dei più elementari principi di legalità che uno “stato di diritto” deve tutelare.

La così detta “legge bavaglio” è inaccettabile, sia sotto il profilo della forma a causa del “bavaglio” della fiducia parlamentare, sia sotto il profilo della sostanza a causa dell’assenza di un tentativo di mediazione e concertazione con le parti coinvolte ed interessate dal provvedimento.

Sulla scia dell’attuale tendenza alla censura non è casuale l’invito del Presidente Berlusconi a non acquistare quotidiani, ciò conferma una discutibile insofferenza verso l’esercizio libero ed autonomo del diritto di cronaca non asservito ad alcun “potere forte”.

Questo provvedimento non soltanto mette a serio rischio il diritto di cronaca, ma anche lo sviluppo di moltissime indagini. Infatti, il termine massimo previsto per le intercettazioni sarà di 75 giorni, dando luogo ad una previsione carente ed insufficiente per accertare con pienezza le eventuali responsabilità del soggetto intercettato.

E’ ovvio che quando si discute di intercettazioni bisogna sempre affidarsi ad una premessa naturale, quanto necessaria che riguarda il diritto alla privacy, aspettativa assoluta ed inderogabile da garantire a tutti i cittadini. La privacy è sacra, è uno dei pilastri del diritto e della convivenza civile.
E qui non siamo di fronte a una legge che difende la riservatezza delle persone, i loro dialoghi, il loro intimo comunicare.

Questa legge risponde al meccanismo mediatico di chi conosce come funziona l’informazione e soprattutto l’informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c’è il rinvio a giudizio genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non può essere reso di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo: impedire alla stampa, di usare quei dati che, a distanza di tempo non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre incomplete, incomprensibili, discostate dalla realtà temporale.

L’obiettivo è impedire la cronaca di ciò che accade, mascherando questo con l’interesse di tutelare la privacy dei cittadini.

I Giovani UDC sono contrari ad ogni forma di censura e ad ogni norma che vada verso la repressione della libertà di informazione e critica, per questo motivo nei giorni scorsi è stata organizzata a Catania una conferenza stampa in cui, oltre ad esternare la netta contrarietà al ddl in oggetto, è stata annunciata una serie d’iniziative dei Giovani UDC Sicilia che avvertono la necessità di promuovere un’opposizione politica e comunicativa dura e decisa a sostegno dei principali pilastri di una VERA democrazia. Una democrazia matura che il provvedimento in esame, se votato senza importanti modifiche, mortificherebbe in maniera grave.

Il Presidente della Commissione Nazionale
Antimafia Giovani
Peppe Germano

Il Coordinatore Regionale
Giovani UDC Sicilia
Valerio Barrale

Pubblicato da: valeriobarrale | 5 luglio 2010

Giovani Udc: emergenza criminalità a Catania

In riferimento alla sparatoria in cui è rimasta coinvolta anche una giovane studentessa universitaria, prende posizione il Coordinamento Regionale dei Giovani UDC, convocato a Catania in occasione di un incontro ufficiale del movimento giovanile regionale anche per discutere in materia di sicurezza alla luce delle recenti vicende di criminalità. I Giovani UDC esprimono “la propria preoccupazione per l’ennesimo episodio di criminalità che non solo dimostra l’inconsistenza della politica delineata a livello nazionale in tema di sicurezza e aggravata da pesanti tagli che ne indeboliscono l’efficacia, ma soprattutto si evidenzia un sempre maggiore rischio di pericolo a danno di cittadini che, per caso, si trovano coinvolti in episodi di questo tipo”.

“Non bisogna sottovalutare il caso – afferma il Coordinatore Regionale Giovani UDC Valerio Barrale – e per evitare che i cittadini siano messi in pericolo a causa di un dilagante fenomeno criminale correndo il rischio di evocare “gli anni caldi” che ha conosciuto la città di Catania, chiediamo un immediato impegno delle Istituzioni per predisporre soluzioni tempestive invocando ad esempio l’immediata convocazione di un “Tavolo per la sicurezza” per discutere soluzioni concrete che possano servire ad una rigorosa repressione della delinquenza e favorire una reale “cultura civica e di legalità”.

Pubblicato da: valeriobarrale | 22 maggio 2010

23 MAGGIO 1992 – Per non dimenticare…

“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”

(Giovanni Falcone)

“Con riferimento ai manifesti affissi dai giovani Mpa di Palermo sulla eventuale responsabilità politica dell’Udc nella grave emergenza dei rifiuti che interessa la città, mi preme sottolineare oltre alla evidente strumentalizzazione anche la infondatezza delle loro pretestuose argomentazioni. I siciliani devono sapere che il governo Lombardo ter in materia di rifiuti – come per tante altre questioni – ha lanciato solo slogan e annunci.
Caro presidente Lombardo, che fine ha fatto il Piano regionale dei rifiuti? I palermitani hanno comunque già capito che hanno a che fare con un Presidente della Regione che non ama Palermo e che sinora ha promosso in modo indecente una politica filo catanese sia nelle nomine di dirigenti sia in quelle del sottogoverno, dirottando in modo scientifico e sistematico fondi e risorse verso la valle dell’Etna, dimenticandosi di Palermo e dei suoi cittadini.
Comprendiamo tra l’altro il momento di difficoltà che questi giovani stanno vivendo, forse sorpresi dalla inconsistenza di un governo immobile e incapace, risultato di un ribaltone e del trasformismo di cui Raffaele Lombardo è professore universitario”.

VALERIO BARRALE
Coordinatore regionale Giovani UDC Sicilia

Pubblicato da: valeriobarrale | 8 maggio 2010

9 Maggio – I Giovani UDC ricordano ALDO MORO

Pubblicato da: valeriobarrale | 2 maggio 2010

Al CNSU vota VENNIRO!

Pubblicato da: valeriobarrale | 2 aprile 2010

Carol Wojtyla, sei sempre nei nostri cuori!

Riflettiamo tutti su queste parole:

“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa! ”

(Papa Giovanni Paolo II. Omelia della messa di inaugurazione del pontificato, 22 ottobre 1978)

COMUNICATO STAMPA + TESTO INTERROGAZIONE

L’agricoltura Siciliana e in particolare i giovani agricoltori Siciliani attendono da più di due anni la messa a bando dei fondi per l’imprenditoria giovanile e il governo sembra essere sempre più dormiente.
Sono mesi che, attraverso comunicati stampa e documenti politici, chiediamo interventi seri ed urgenti a sostegno del comparto agricolo che versa in condizioni disastrose e per questo abbiamo deciso di portare la nostra battaglia all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana.
Abbiamo presentato, attraverso il nostro gruppo parlamentare all’ARS, un’interrogazione scritta al governo regionale e all’Assessorato alle risorse agricole ed alimentari con oggetto “Notizie in merito ai ritardi per il bando del PSR 2007 – 2013 mis. 1.1.2 (Insediamento giovani agricoltori)”, per sapere in che tempi il Governo della Regione intende procedere alla pubblicazione del bando per la misura 1.1.2 del P.S.R..
Il rilancio del comparto agricolo permetterebbe di dare uno slancio all’economia siciliana e a tutti quei giovani che sognano di rimanere in Sicilia e di farsi una famiglia nella propria terra d’origine.

Valerio Barrale
Coordinatore Regionale Giovani UDC

Vincenzo Calì
Reponsabile regionale Agricoltura

TESTO INTERROGAZIONE

REPUBBLICA ITALIANA
ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA
XV Legislatura
Interrogazione
Notizie in merito ai ritardi per il bando del PSR 2007 – 2013 mis. 1.1.2 ( Insediamento giovani agricoltori)
All’On. Presidente della Regione;
All’On. Assessore alle risorse agricole ed alimentari.

Premesso che:

– Il piano di sviluppo rurale, P.S.R. 2007 – 2013, rappresenta lo strumento unico per il rilancio del comparto agricolo regionale, con la sua dotazione riconosciuta dalla commissione europea pari a 2,1 miliardi di euro dovrebbe avviare la stagione del rilancio e della salvaguardia di uno dei tessuti produttivi di maggiore rilievo della Sicilia;
– Tra le misure di maggiore interesse previste dal P.S.R., la 1.1.2 (insediamento di giovani agricoltori) rappresenta quella di maggiori prospettive per i tanti giovani che si sono negli anni avvicinati al settore dell’imprenditoria;
– Da mesi si attende la pubblicazione dei bandi inerenti la misura 1.1.2., e che i ritardi sono probabilmente imputabili ai continui cambi dirigenziali che si sono succeduti presso l’Assessorato per le risorse agricole;
– Ancora oggi il mondo dell’agricoltura siciliano, già penalizzato da una politica e comunitaria e nazionale di assoluto disinteresse per le realtà del mezzogiorno, rischia di tardare ulteriormente il proprio start up per colmare il gap strutturale con il resto del paese;

Considerato che:

– L’avvio della misura 1.1.2 consentirebbe lo sblocco di 90 milioni di euro in favore di imprenditori agricoli under 40 che si insediano per la prima volta come responsabili d’azienda agricola, innescando un processo virtuoso che ringiovanirebbe e doterebbe di maggior professionalità il mondo dell’imprenditoria agricola;
– A causa del già lamentato ritardo per l’avvio di questa misura parecchi giovani figli di agricoltori sono emigrati, scoraggiati dalla crisi del comparto agricolo, all’estero pur avendo avuto la possibilità negata dall’immobilismo della giunta regionale, di usufruire di quei fondi che gli avrebbero consentito di risollevare l’azienda di famiglia.

Per sapere

In che tempi il Governo della Regione intenda procedere alla pubblicazione del bando per la misura 1.1.2 del P.S.R..

Sono passati 32 anni da quel giovedì 16 marzo 1978 che diede il via ai 55 giorni che hanno irrimediabilmente cambiato l’Italia. Esattamente alle 9.02 del mattino, in via Fani all’incrocio con Via Stresa a Roma, un commando delle brigate rosse rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro e uccide i cinque componenti della sua scorta.

Ricordiamo il Presidente Aldo Moro con immutato dolore e con la consapevolezza che l’Italia di oggi paga l’assenza di uomini con tale levatura culturale e morale. Lo ricordiamo perché nel solco del suo amore per l’Italia, per gli Italiani e per le Istituzioni Italiane vogliamo basare il nostro impegno in politica nella rinnovata speranza di riuscire a dare un contributo al miglioramento del nostro paese.

Nell’anniversario del suo tragico rapimento vogliamo ricordare soprattutto i cinque uomini della scorta uccisi in Via Fani e che, per una eroica difesa dello Stato, hanno donato la loro vita: il Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera.

VALERIO BARRALE
Coordinatore regionale Giovani UDC Sicilia

MARIA PIA SCANCARELLO                                                                                Coordinatrice provinciale Giovani UDC Palermo

L’agguato
Giovedì il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse raggiungono l’apice della loro strategia del terrore: “Portare l’attacco al cuore dello Stato”. Alle 9.02 del mattino, in via Fani all’incrocio con Via Stresa, nel quartiere Trionfale a Roma, un commando composto da circa 19 brigatisti rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e uccide i cinque componenti della scorta: il Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera.
Ma cosa successe realmente quella mattina, chi e quanti erano i brigatisti che presero parte all’agguato e al rapimento? Secondo la deposizione di Valerio Morucci al processo Moro Quater questa era la logistica del commando Br: ” Io ho detto che l’auto 128 targata corpo diplomatico era guidata da Mario Moretti, che lo sbarramento all’incrocio di Via Fani è stato fatto da Barbara Balzerani, che la 132 dove è poi stato caricato l’onorevole Moro era guidata da Bruno Seghetti, che le quattro persone che hanno aperto il fuoco erano dal basso, Io, Fiore, Gallinari e Bonisoli”. Questa dunque la ricostruzione secondo la deposizione al processo Moro Quater di Valerio Morucci, unico dei Brigatisti presenti a Via Fani ad essersi dissociato.

Più in dettaglio la disposizione era dunque la seguente: alla guida della 128 bianca che ha il compito di frenare bruscamente e causare il tamponamento con la 130 Fiat su cui viaggiava Moro c’è Mario Moretti. A controllare l’incrocio c’è Barbara Balzerani armata di un mitra e di una paletta per far defluire il traffico. A sparare sono Valerio Morucci e Raffele Fiora , collocati sul lato sinistro della vettura di Moro, mentre a sparare sull’Alfetta di scorta sono invece Prospero Gallinari e Franco Bonisoli anch’essi collocati sul lato sinistro della vettura . Su Via Stresa c’è la 132 guidata da Bruno Seghetti che ha il compito di fare marcia indietro su Via Fani e caricare l’Onorevole Moro. Ma a chiudere la scena dell’agguato, quello che nella terminologia brigatista viene chiamato il” cancelletto superiore” c’è un’altra 128 messa di traverso da cui scendono altri due brigatisti. Non tutto quadro dunque con il racconto di Morucci.

ll primo ottobre del 1993 su incarico della Corte i periti balistici depositano una nuova perizia dove si afferma che, contrariamente a quanto dichiarato da Morucci, a sparare sulla 130 c’è stato almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell’auto dalla parte del passeggero.

Si scoprirà in seguito che del gruppo di fuoco fecero parte anche Alessio Casimirri e Alvaro Lo Jacono. Un’altra componente del commando invece è Rita Algranati, moglie di Casimirri. Del ruolo della “compagna Marzia” nella strage di via Fani hanno parlato successivamente Valerio Morucci e Adriana Faranda. “Le unità del commando – ha raccontato Faranda – erano dieci. Rita Algranati stava all’incrocio con via Trionfale per segnalare l’arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128.

La moto Honda e il rullino fotografico scomparso
Altre zone d’ombra permangono sulla dinamica dei fatti quel giorno a Via Fani. Quello stesso giorno si trovò a passare in motorino l’ingegnere Alessandro Marini che ha dichiarato che due persone a bordo di una motocicletta Honda esplosero dei colpi contro di lui. Ma le Brigate Rosse hanno sempre negato che quella moto e i suoi due occupanti facessero parte del commando.

Il 15 ottobre del 1993 un pentito della ‘Ndrangheta Saverio Morabito ha dichiarato che a Via Fani quel giorno c’era anche Antonio Mirta, altro appartenente alla mafia calabrese, e infiltrato nel commando brigatista. Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro e autore di molti libri sull’argomento, riferisce che quando seppe della deposizione di Morabito gli vennero alla mente diversi elementi agli atti della Commissione che avvaloravano l’ipotesi della presenza di un calabrese a Via Fani. Vi era la testimonianza dell’Onorevole Benito Cazora, allora deputato della Democrazia Cristiana che riferì alla commissione: ” che venne avvicinato da un calabrese che in una certa fase ebbe a chiedergli di un rullino di foto scattate a Via Fani.

Quelle foto furono scattate immediatamente dopo la fuga del commando brigatista da un abitante in Via Fani: il carrozziere Gerardo Nucci e furono visionate dal giudice Infelisi che le ritenne molto importanti, fatto sta che questo rullino fotografico è scomparso. Forse su quel rullino potrebbe essere impressa l’immagine di questo infiltrato. Queste fotografie sono diventate uno dei tanti misteri del caso Moro.

Le indagini: negligenze ed omissioni
Le ricerche per trovare Aldo Moro partono subito dopo l’eccidio, ma partono subito con il piede sbagliato . Lo stesso sedici marzo il dottor Fardello dell’Ucigos emana a mezzo telegramma l’ordine di attuare il piano Zero, elaborato per la provincia di Sassari, ma del tutto sconosciuto alle altre questure italiane. L’ordine viene revocato in meno di ventiquattro ore ma del resto la Commissione Parlamentare d’Inchiesta ha accertato che nel ’78 era ancora in vigore un sistema per la tutela dell’ordine pubblico risalente agli anni Cinquanta . Questo nonostante che il Settantasette avesse rappresentato l’apice dell’escalation terroristica con 2000 attentati, 42 omicidi 47 ferimenti, 51 sommosse nelle carceri e 559 evasioni.

Estese a tutta Italia le ricerche si concentrano soprattutto su Roma . Dal 16 marzo al 10 maggio sempre nel territorio urbano di Roma vengono impiegati 172.000 unità tra carabinieri e poliziotti che effettuano 6000 posti di blocco e 7000 perquisizioni domiciliari controllando in totale 167.000 persone e 96.000 autovetture. Qualcuno dirà che si è trattato soprattutto di operazioni di parata. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta conclude che la punta più alta di attacco terroristico ha coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza.

Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, afferma: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni e negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all’Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti, le auto che usavano. Bene questa segnalazione fu trasmessa dall’Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ebbe modo di avere questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l’altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché era in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questa brigatista sdi giunge a individuare la tipografia di Via Pio Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati dei 55 giorni. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, forse si poteva con ogni probabilità individuare la traccia che portava alla prigione di Moro”.

Robert Katz, scrittore e giornalista: “Quasi tutti quelli che hanno avuto a che fare con le indagini erano iscritti alla P2, mi meraviglio che tutte le indagini di oggi sono puntate sulle Brigate Rosse, quando la parte più interessante è come si sono svolte le indagini”.

Ma il ruolo della P2 nel sequestro Moro non è mai stato chiarito né dalla Commissione Moro né dalla stessa Commissione sulla Loggia P2.

Interessi stranieri intorno la morte di Moro?

Secondo Sergio Flamigni gli interessi stranieri intorno alla sorte di Moro convergevano verso la sua eliminazione. Del resto il conto fra Moro e, ad esempio, il Dipartimento di Stato americano si apre gia nel 1964 quando Moro apre ai socialisti e Moro sostiene un superamento del centrismo. Gli americani contestano, ma poi si adeguano. Ma quando Moro vuole passare a un’altra fase di alleanza con i comunisti si apre un altro problema. E da quel momento lo vogliono ucciso, prima politicamente, tentando di attribuirgli lo scandalo Lockheed. Secondo una voce che proviene dall’ambasciata americana a Roma e da uno dei servizi segreti americani. Moro sarebbe l’ “antelope Cobbler” (nome in codice del destinatario italiano delle bustarelle), poi l’Alta Corte Costituzionale appura che Moro non ha nulla a che fare con l’antelope Cobbler.

Corrado Guerzoni uno dei più stretti collaboratori di Moro, che lo ha accompagnato diverse volte negli Stati Uniti ha detto che il Segretario  di Stato americano Henry Kissinger minacciò Moro per la sua politica di apertura al partito Comunista. Circostanza che Kissinger ha sempre smentito anche nell’intervista che Kissinger ha concesso a Minoli nel 1983.

I comunicati

Nel Comunicato Numero 1 delle BR, si legge: “Questa mattina abbiamo sequestrato il Presidente della Democrazia Cristiana ed eliminato le sue guardie del corpo, teste di cuoio di Cossiga” (all’epoca Ministro dell’Interno).

Nel comunicato n. 6 del 15 aprile 1978 i brigatisti annunciano che l’interrogatorio è terminato e annunciano la sentenza di condanna a morte. Nel comunicato n. 7 affermano che: “Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti”, i nomi dei quali verranno specificati nel successivo comunicato il n. 8 del 24 aprile: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio molti dei quali detenuti a Torino, dove è in corso il processo ai capi storici delle prime Brigate. Nell’ultimo comunicato annunciano la conclusione della “battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato” e la promessa che:  “Le risultanze dell’interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, ed un bilancio complessivo politico militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini”. Ma questa diffusione benchè promessa non avverrà mai.

Le posizioni dei partiti

I partiti reagiscono dividendosi in sostenitori della cosiddetta “linea della fermezza” e fautori della trattativa con i brigatisti. Per la “fermezza” si schierano la maggior parte dei partiti: la DC, il PCI, il PLI, il PSDI e il PRI di Ugo La Malfa, il quale arriva a proporre il ripristino della pena capitale per i rapitori.

Per la trattativa, i socialisti di Bettino Craxi, i radicali di Marco Pannella, la sinistra non comunista, una componente del cattolicesimo dissidente e uomini di cultura come Leonardo Sciascia. Oltre all’ONU, ad Amnesty International, ad esponenti politici ed organizzazioni umanitarie da tutto il mondo, si mobilita per la liberazione di Moro anche Papa Paolo VI – suo amico personale di vecchia data – che attraverso la Radio Vaticana diffonde un appello “agli uomini delle Brigate Rosse”, in cui, tuttavia, il Sommo Pontefice chiede che l’ostaggio venga liberato “senza condizioni”, così avallando – secondo un’interpretazione ormai condivisa – la linea della fermezza. Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica, dice di non voler seguire il funerale di Moro, ma neanche quello della Repubblica.

Le lettere di Moro
Nelle lettere è soprattutto la personalità di Moro ad emergere in modo diretto e senza filtri. Le lettere inviate dalla prigionia, infatti, raccontano la sofferenza e la dignità dell’uomo che pagò con la vita la sua dedizione allo Stato e che non trovò conforto in un mondo politico lontano dalla cosiddetta “prigione del popolo” in cui era ostaggio.

Il 9 maggio

Dopo 54 difficilissimi giorni, segnati da ulteriori attentati delle BR, ma anche dalle strazianti lettere di Moro dalla cosiddetta “prigione del popolo” brigatista, il 9 maggio 1978 la telefonata del brigatista Valerio Morucci annuncia la morte di Moro.

Il corpo viene fatto ritrovare a Roma, nel bagagliaio di una Renault rossa a via Caetani, poco distante dalle sedi del PCI e della DC.

All’omicidio di Moro segue una forte crisi istituzionale: poche ore dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, Francesco Cossiga si dimette da Ministro dell’Interno; in giugno, travolto dalle polemiche (non legate al caso Moro) si dimette anche il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Poi, nel 1979, il PCI dichiara di considerare chiusa l’esperienza dell’unità nazionale.

La Storia siamo noi racconta le tappe di quel terribile momento storico: dal rapimento in via Fani alla ricostruzione del luogo in cui Aldo Moro fu confinato, dall’esecuzione al rinvenimento del suo corpo, il 9 maggio ‘78.

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